I taìnos nei dettagli: storia, società e lascito alla modernità
Nell’articolo precedente a questo ho voluto fare un riassunto della storia dominicana, dai primi insediamenti fino ai giorni nostri. Voglio però anche approfondire i periodi più incisivi ed importanti.
Naturalmente, vado in ordine e parto dall’origine di tutto. Dunque, eccomi con l’epoca precoloniale, i cui protagonisti furono i nativi che abitavano l’isola Hispaniola all’arrivo degli europei.
LA LUNGA STORIA DEI TAÌNOS
In epoca precoloniale, tre migrazioni toccarono Hispaniola, a distanza di molto tempo.
I primissimi insediamenti risalgono al 2600 a.C. ma fu la seconda migrazione a lasciarci le prime tracce consistenti.
Avvenne attorno al 250 a.C. e vide protagonisti gli Arawak, che si diffusero in tutti i Caraibi, come testimoniano le caratteristiche ceramiche decorate sparse in molte isole.
La vera base dell’attuale Repubblica Dominicana, però, si lega alla terza migrazione. È esattamente in questo momento che inizia la storia dei Taìnos con il Paese.
Questo popolo, autodefinitosi taìno (che significa “gente buona/amichevole”), proveniva dalla foce del fiume Orinoco in Venezuela. Seguendo le correnti marine a bordo di canoe, giunse nell’arcipelago caraibico.
L’arrivo a Hispaniola avvenne nel 700 d.C. circa.
Gli studiosi identificano i Taìnos come parenti stretti degli Arawak continentali; secondo lo studioso Rudolf Schüller, invece, essi avrebbero molti parallelismi con i Maya, soprattutto nell’idea di base che il mondo sia governato da due demiurghi (Yocahù e Guabancex) dalla cui unione avrebbe origine il ciclo solare.
Il popolo taìno si trovò da subito in competizione con i bellicosi Caribi (da cui il nome di questa zona del mondo), che abitavano le Antille da prima di loro. All’arrivo di Colombo, i Taìnos stavano perdendo lo scontro.
Le datazioni sulle civiltà americane sono ancora parecchio dibattute. Le prende in esame in maniera approfondita Graham Hancock nei suoi saggi: se non vuoi leggerli tutti, ti consiglio “Il mistero della civiltà perduta” pubblicato a fine 2020.
- Popolo di origine Arawak diffuso nei Caraibi maggiori
- Società agricola e sedentaria
- Organizzazione politica guidata dai cacicchi
SOCIETÀ E STRUTTURA SOCIO-POLITICA
La popolazione taìna si reggeva su una società teocratico-guerriera, organizzata in tanti piccoli villaggi auto-sufficienti che facevano parte di regni più grandi, noti anche come cacicazgos. Accanto a lui esistevano gruppi sociali con ruoli specifici e una forte organizzazione comunitaria.
Secondo la cronaca di Fernàndez de Oviedo, all’arrivo degli europei sull’isola di Hispaniola ne esistevano cinque (Marién, Maguana, Higüey, Xaragua e Maguá). Ciascuno era governato da un cacique, una figura politica e spirituale allo stesso tempo.
Ogni villaggio aveva una precisa organizzazione comunitaria, che constava delle seguenti classi sociali:
- Naborìas: i comuni cittadini, i lavoratori
- Nitaìnos: i nobili e i guerrieri che erano a capo dei feudi vassalli del regno principale (spesso appartenevano alla famiglia del cacique)
- Bohìques: gli sciamani, intermediari tra il mondo fisico e quello ultraterreno.
I villaggi erano densamente abitati, ben organizzati e si trovavano nelle radure delle foreste e non sulle coste. I tipi di abitazione erano due:
il bohìo, una casa comunitaria di forma circolare che ospitava più gruppi familiari; il caney, più grande e rettangolare, riservata al capo con la sua famiglia. Dormivano tutti su amache di cotone (la parola amaca è una delle tante della lingua moderna che derivano dall’idioma taìno).
L’abbigliamento era ridotto al minimo.
Gli uomini usavano soltanto mutande di pelli, esattamente come le donne sposate che indossavano una gonnellina di foglie (se non sposate, giravano completamente nude). I giovani e i bambini non avevano alcun indumento.
Era abitudine comune però adornare il corpo con oro, argento, pietre, conchiglie e ossa.
LO STATO CIVILE
Un’altra differenza tra il cacique e il resto della popolazione riguardava le unioni.
Il capo tribù infatti era l’unico che poteva praticare la poligamia. Le motivazioni erano principalmente il gran numero di ragazze nubili (ben superiore a quello dei maschi) e l’importanza di avere dei figli per evitare il disonore della tribù.
Non è certo se questa pratica fosse originaria o se sia stata introdotta successivamente, per necessità.
Di sicuro, la poligamia aumentò durante i periodi di guerra con le altre popolazioni caraibiche: la morte dei molti uomini e il bisogno di avere sempre nuovi guerrieri la rendeva necessaria.
LA SITUAZIONE MILITARE
Per lungo tempo, le popolazioni indigene dei Caraibi sono state descritte come “primitive”. In realtà, si trattava di società complesse e ben organizzate.
I Taínos avevano sviluppato sistemi agricoli efficienti, una struttura sociale articolata e una profonda conoscenza dell’ambiente in cui vivevano.
Anche dal punto di vista della qualità della vita, non erano affatto inferiori agli europei dell’epoca. In molti casi, erano meglio nutriti e vivevano in equilibrio con le risorse disponibili.
Va rivalutata pure la conquista europea: si associa sempre la vittoria dei conquistadores alla superiorità delle armi da fuoco. In realtà, i primi moschetti erano lenti, imprecisi e poco affidabili. Al contrario, archi e frecce utilizzati dai Taínos potevano essere molto efficaci nelle mani di guerrieri esperti.
Certamente la tecnologia militare ebbe una sua importanza ma la definitiva vittoria fu il risultato di più fattori. Anche malattie, alleanze e squilibri demografici giocarono la loro partita da coprotagonisti.
IL RAPPORTO DEI TAÌNOS CON LA RELIGIONE

Foto ©Ministero del Turismo dominicano
L’essere umano, fin dalla sua nascita, si interroga sulla sua esistenza e sulle forze che dominano il mondo.
Non facevano eccezione i Taìnos.
In linea con la visione di tutte o quasi le popolazioni molto antiche, anche la loro società era permeata di animismo.
Al centro della loro religione c’era il rapporto diretto tra gli uomini, gli spiriti, gli animali, le piante e gli esseri inanimati. Un culto che si ritrova ancora oggi, seppur in minoranza, nelle zone più isolate e tra gli haitiani.
Non potevo quindi non parlarne nell’articolo sulla religione nella Repubblica Dominicana.
L’unico capace di dominare gli spiriti e interpretare le forze della natura era lo sciamano, che proprio per questo nella società aveva un ruolo secondo solo al cacique. Il rito più diffuso era quello della cohoba, col quale si entrava in trance inalando i semi macinati della pianta assieme a un miscuglio di tabacco e polvere di conchiglia.
Secondo quanto scrive il frate Ramón Pané, che visse in mezzo ai taìnos tra il 1494 e il 1498, le divinità principali erano due:
da una parte Yucahú, il padre creatore e dio del bene; al suo opposto Juracàn, il dio del male. Probabilmente però questo è dovuto all’interpretazione dualistica del cattolicesimo.
In realtà, il male derivava dall’unione di tante divinità e non solo da Juracàn. Inoltre, i Taìnos definivano tutti i fenomeni distruttivi col termine Juracàn (da cui il termine Huracàn, uragano).
Gli oggetti di culto prendevano il nome di zemì ed erano piccoli idoli solitamente in legno o altri materiali naturali, di forma antropomorfa (o più raramente animale). Venivano utilizzati anche in forma privata per pregare, per chiedere benedizioni e per omaggiare gli antenati. Si possono considerare l’equivalente dei numi tutelari dell’antica Roma.
La protezione dagli spiriti maligni avveniva soprattutto con i tatuaggi e con le pitture sul corpo, di solito di colore nero, giallo, rosso o bianco.
- Ritualità legate alla natura e agli antenati
- Bohìques: sciamani e guaritori
- Zemì: idoli in legno per pregare gli spiriti o gli antenati
ECONOMIA
La divisione in classi sociali permetteva ai Taìnos di suddividere i compiti in base al ceto. Le attività quotidiane erano perlopiù portate avanti dalla base gerarchica, quella dei naborìas.
Questi cittadini, a loro volta, si specializzavano in una determinata funzione:
i Taìnos si occupavano principalmente di agricoltura, intergandola con pesca e caccia. C’erano anche gli artigiani che si occupavano di costruire oggetti di uso quotidiano.
Tra le coltivazioni più importanti vi erano manioca, mais, patata. Si utilizzavano sistemi di irrigazione e gli appezzamenti di terreno si chiamavano conucos.
La Repubblica Dominicana è sempre stata priva sia di animali di grosse dimensioni sia di animali pericolosi. La caccia si limitava quindi alle specie di piccola taglia, ad esempio iguane, roditori (come l’hutìa) e i lamantini.
Alla caccia si affiancava la pesca sui fiumi e in mare aperto, con apposite spedizioni dove utilizzavano le canoe, che potevano contenere fino a 100 rematori. In base alle condizioni ambientali, pescavano servendosi di ami oppure di reti, spesso aiutandosi col veleno.
Ci tengo a citare una pietanza dei Taìnos arrivata fino ai giorni nostri e ancora diffusa, soprattutto nella Repubblica Dominicana e nella Cuba orientale:
il casabe, detto “pane della terra”, una sorta di tortilla preparata con la yucca fatta tostare al sole. Faceva parte della loro dieta e fu anche oggetto di scambio con le altre comunità indigene.
Passando all’artigianato, le creazioni più comuni erano amache, ceste, vasi di ceramica e immagini in legno, pietra, conchiglia e osso. Non avevano una lingua scritta (con l’eccezione di alcuni petroglifi) e attraverso questi oggetti hanno lasciato traccia di sé.
COME PASSAVANO IL TEMPO I TAÌNOS
Non mancavano i momenti di puro svago.
Oltre alle musiche e alle danze, i Taìnos si divertivano con un gioco della palla conosciuto come batù. Due squadre, composte da entrambi i sessi, si sfidavano facendo attenzione a non far cadere la palla, che poteva essere colpita con qualsiasi parte del corpo escluse le mani.
Lo spazio di gioco era il batey, termine che oggi identifica i villaggi degli haitiani nelle piantagioni di canna da zucchero.
Esistevano poi, naturalmente, le danze sacre (areìtos) accompagnate dai ritmi dei tamburi. Esse facevano parte di un rituale più lungo che si concludeva solitamente con il rito della cohoba che ti ho spiegato prima.
L’INCONTRO CON GLI EUROPEI
Il contatto tra Taìnos e conquistadores fu inizialmente dolce:
infatti, come fecero poi anche le altre popolazioni del Nuovo Mondo, gli indigeni di Hispaniola accolsero i nuovi arrivati pacificamente. Addirittura, li omaggiarono come fossero divinità scese dal cielo.
L’ammiraglio genovese rimase impressionato dalla loro generosità:
“Danno tutto quello che possiedono per qualsiasi cosa venga data loro, scambiando cose anche per pezzi di stoviglie rotte […] Non portano armi e non le conoscono… dovrebbero essere buoni servitori”.
Ma la coesistenza si deteriorò in pochissimo tempo.
CROLLO DEMOGRAFICO
Uno degli aspetti più sottovalutati della conquista dei Caraibi riguarda il ruolo delle malattie.
È certamente vero che gli spagnoli costrinsero i Taìnos a lavorare nelle miniere d’oro e nelle piantagioni coloniali, togliendoli dai raccolti che li avevano nutriti per secoli. Questo portò la popolazione indigena a perire per fame, per suicidi come fuga dalla schiavitù o nelle rivolte contro i colonizzatori.
Ma un ruolo molto ampio lo ebbe proprio la genetica.
Gli europei portarono con sé virus come vaiolo, morbillo ed epatite. Per loro erano malattie già conosciute, contro cui nel tempo avevano sviluppato una certa resistenza. Per i Taínos, invece, erano completamente nuove.
E le conseguenze furono devastanti:
intere comunità vennero decimate in pochi decenni. In alcuni casi, si stima che la mortalità abbia raggiunto livelli altissimi, fino al 70–90% della popolazione.
I microrganismi — invisibili e incontrollabili — furono più dannosi anche delle armi europee.
Secondo il diario “Historia de las Indias” (1561) di Bartolomè de Las Casas, la prima e più importante fonte di quel periodo, al momento dello sbarco risiedevano a Hispaniola circa 400 mila Taìnos, divisi in numerosi regni.
In appena un trentennio, il loro numero scese tanto velocemente da arrivare ben presto alla loro estinzione:
nel 1508, de Las Casas riferisce che erano circa 60 mila su tutta l’isola e nel 1531 si erano ridotti a meno di 600.
Tuttavia, non ci furono solo morti, perché molti fuggirono nelle zone remote e non controllate dagli europei.
Ecco perchè la storia dei Taìnos non sarebbe definitivamente chiusa come si pensava fino ai primi anni Duemila.
Molti caraibici, soprattutto a Cuba, Porto Rico e in Repubblica Dominicana, hanno sempre sostenuto di essere discendenti.
Vari studi hanno confermato che un’ampia parte di popolazione caraibica, soprattutto a Porto Rico, ha tratti genetici direttamente riconducibili agli antichi indigeni. ma di questo ti parlerò tra pochi paragrafi…
SCHIAVITÙ E TRASFORMAZIONE DELLE AMERICHE
Il crollo demografico delle popolazioni indigene ebbe conseguenze profonde anche sul piano sociale ed economico.
Con la drastica diminuzione dei Taínos, i colonizzatori europei si trovarono presto senza manodopera sufficiente. Ed è qui che si inserisce la tratta degli schiavi africani.
Nel giro di pochi decenni, milioni di persone vennero deportate nelle Americhe. In molte aree, la popolazione africana superò numericamente quella europea.
Questo processo cambiò radicalmente la composizione etnica dei Caraibi, dando origine a nuove culture e identità che ancora oggi caratterizzano queste regioni.
LO “SCAMBIO COLOMBIANO”
L’arrivo degli europei nei Caraibi non segnò solo una conquista, ma l’inizio di uno scambio globale senza precedenti.
Non furono solo uomini a viaggiare tra Europa e Americhe, ma anche piante, animali, insetti e microrganismi. Questo processo, oggi noto come “scambio Colombiano”, modificò per sempre l’equilibrio del pianeta.
Gli europei portarono nuove specie animali e vegetali, ma anche malattie. Dall’altra parte, le Americhe offrirono al resto del mondo prodotti destinati a diventare fondamentali.
Fu un incontro che trasformò non solo le società, ma anche l’ambiente, l’alimentazione e la vita quotidiana di interi continenti.
Uno degli effetti meno evidenti, ma più profondi, dello Scambio riguardò l’ambiente.
Gli animali introdotti dagli europei — come cavalli, maiali e bovini — non esistevano nei Caraibi prima del loro arrivo. Una volta liberati o allevati, iniziarono a modificare rapidamente l’ecosistema.
Calpestavano i campi coltivati, alteravano il suolo e contribuivano alla diffusione di nuove piante. Anche insetti e specie invasive cambiarono gli equilibri naturali.
Per i Taínos, questo significò trovarsi improvvisamente in un ambiente diverso da quello che avevano conosciuto e gestito per generazioni.
- Mais, pomodoro, patata, cacao
- Tabacco
- Oro e altri metalli
- Cavalli, bovini, suini
- Grano
- Nuove colture e tecnologie
I TAÌNOS OGGI: EREDITÀ E DISCENDENZA
Il maggiore lascito dei Taìnos si è trasmesso in via orale e si ritrova oggi in moltissime parole spagnole, diffusesi poi nel mondo intero. Ne ho parlato anche nel mio articolo sulla lingua che si parla nella Repubblica Dominicana.
Ti rimando a quello se desideri conoscere le parole di uso comune più note.
Meno nota è la discendenza vivente.
Te l’avevo anticipato poco fa, ricordi?
I libri di storia hanno sempre affermato che il popolo taìno era estinto. Nel 2019, su un gruppo Facebook sulla Repubblica Dominicana lessi un commento di un ragazzo sul tema.
Lo contattai privatamente e mi aprì un mondo che credevo inesistente.
Joel mi ha confermato che la cultura indigena oggi è presente più di quanto si creda nel sincretismo dominicano: in quanto discendente genetico e culturale, è membro del Concilio Taino Guatù ma-cu A Borikèn e del gruppo dominicano Hayagua.
È dello stesso avviso Luciano Bertozzo, coordinatore dell’Ufficio Tecnico Provinciale della provincia Hermanas Mirabal, dove a novembre 2021 è stato inaugurato il Museo Maguà, totalmente incentrato sui taìnos. Altra iniziativa importantissima e che testimonia la vitalità degli studi, è il nuovo Centro Cultural Taìno aperto nel 2025 nella Zona Colonial della capitale.
Joel mi ha raccontato che sono stati parte di un progetto congiunto tra National Geographic e il museo dei nativi americani di New York in cui è stato studiato il loro DNA, confermando l’appartenenza al popolo taino.
Queste realtà hanno recuperato la lingua e le tradizioni antiche e si occupano di rivitalizzare questo ramo in estinzione, collaborando col Museo del Hombre Dominicano e con vari musei a Porto Rico.
Dopo aver perso i contatti per qualche anno a causa della sua sparizione da Facebook, mi ha ricontattato direttamente sul cellulare grazie al mio blog. Ho potuto così proporgli di collaborare per due progetti dei quali volevo parlargli già all’epoca del contatto su Facebook.
È rimasto entusiasta e presto quindi avrò novità su questo fronte, uno dei quali riguarda tour in Repubblica Dominicana sul tema. Continua a seguirmi per le novità.
Intanto, proseguiamo con l’articolo.
LA FORTE IDENTITÀ DEI TAÌNOS CERCA DI USCIRE DALLE SABBIE DEL TEMPO
Tutto avrebbe avuto inizio con il portoricano Martìn D. Veguilla, che negli anni universitari ebbe accesso alle cronache spagnole sugli sbarchi nel Nuovo Mondo, dalle quali scoprì la brutalità che avevano subito i Taìnos.
Nacque così la sua missione per preservare e riportare alla luce l’eredità taìna, di cui si sentiva discendente.
Riuscì ad attirare l’attenzione fino ad accogliere nel suo piccolo movimento vari gruppi, da tutta l’isola di Porto Rico, di persone che si proclamavano discendenti. Nel 1992 venne fondato il pueblo Guatucù, incorporato poi nel Concilio citatomi da Joel.
Questo Concilio Taìno è stato riconosciuto a livello federale nel 2007 come società senza scopo di lucro. Veguilla è stato eletto cacique dalle donne, secondo tradizione, nel 2004 con il nome di Caciba Opil (Pietra dello Spirito Sacro).
Sul sito, dove caricano gli eventi corredati di foto e video, si presentano così:
“Siamo un popolo Taino, discendenti del sangue dei popoli nativi che Cristoforo Colombo incontrò nel suo primo viaggio nelle Americhe. Il nostro Yukayeke (popolo Taino) è guidato dal Cacike Caciba Opil (Pietra dello Spirito Sacro). È stato scelto dalle donne del nostro Yukayeke nella tradizione Taino e noi siamo un villaggio Taino in fase di restauro. I discendenti Taino sono integrati quotidianamente nel nostro yukayeke e per questo è un villaggio in crescita. Abbiamo persone da tutta l’isola di Boriken (Porto Rico), dagli Stati Uniti (compresi New York e Texas), dalla Repubblica Dominicana e dall’Europa. Le tradizioni Taino, la spiritualità e le cerimonie ancestrali sono basate sulla religione Taino che pratichiamo e viviamo nel nostro villaggio”.
LE PRIME RICERCHE
Non è difficile capire come i Taìnos abbiano fatto ad arrivare fino a noi.
Nonostante i censimenti dichiarino che entro il 1802 non c’erano più indios ai Caraibi, uno sguardo storico più approfondito svela l’inganno:
oltre a quelli non censiti perché fuggiti in aree remote, bisogna considerare la pratica della conversione già usata in Europa per gli ebrei e la falsificazione dei documenti.
Esatto, perché dopo l’abolizione della schiavitù, gli spagnoli erano talmente riluttanti a lasciare la libertà agli schiavi indios che aggirarono l’ostacolo classificandoli come africani.
Soprattutto, però, moltissime donne native sposarono i conquistadores, dando vita a una nuova popolazione meticcia, che con l’arrivo degli schiavi africani assunse ulteriori caratteristiche miste.
Secondo un sondaggio del 1514, il 40% degli uomini spagnoli aveva mogli indiane. Questo il numero ufficiale, probabilmente nella realtà era ancora più alto.
Se la cultura e la lingua taìna in questo modo andarono via via perdendosi, annacquandosi nel cristianesimo e nei nuovi usi europei, così non fu per il patrimonio genetico.
E torniamo quindi alla storia del villaggio Guatucù.
Il cacique era riuscito a risvegliare un interesse per qualcosa che si riteneva estinto. Partirono quindi studi e ricerche antropologiche e scientifiche.
Nel 2003, il team guidato dal dottor Martìnez Cruzado ha analizzato il sangue di Caciba Opil, documentando per la prima volta il DNA mitocondriale (quindi di discendenza materna) amerindio dei Taìnos:
appartiene all’aplogruppo-C, le cui origini risalgono a quegli antenati Arawak provenienti dal Venezuela.
Lo studio proseguì con l’analisi di campioni di 800 soggetti scelti a caso. Ebbene, il 61,1% risultò avere un DNA mitocondriale di origine indigena, il 26,4% marcatori africani e il restante 12,5% origine europea.
Questo conferma che la successione prosegue per via materna.
I TAÌNOS OTTENGONO IL RICONOSCIMENTO TANTO CERCATO
Se ti stai chiedendo come sia stato possibile identificare il DNA come amerindio, ti aggiungo l’altra parte della storia.
Anni prima dello studio che ti ho citato, un dente di 1000 anni fa trovato alle Bahamas (e ritenuto appartenere a una donna) aveva permesso di sequenziare il primo genoma umano completo dei Caraibi. Confrontandolo con i dati delle popolazioni indigene viventi, gli studiosi infatti avevano trovato corrispondenze genetiche con popolazioni antiche molto simili ai gruppi di lingua Arawak del Sud America.
Insomma, “la vera storia è quella dell’assimilazione, certamente, ma non dell’estinzione totale” (Jorge Estèvez, Museo Nazionale degli Indiani d’America).
Questa formidabile scoperta ha avviato una serie di studi, nazionali e internazionali, che sono giunti alla conclusione che le persone nei Caraibi hanno effettivamente il DNA mitocondriale dei nativi americani: il 61% dei portoricani, tra il 23 e il 30% dei dominicani e il 33% dei cubani.
Quindi, i taìnos sono tutt’altro che estinti!
Il lignaggio materno è perfettamente in linea con le ricerche effettuate in altri Paesi dell’area: il DNA paterno (cromosoma Y) è principalmente europeo, invece quello materno (DNA mitocondriale) è in prevalenza indigeno.
Ciò si riscontra soprattutto tra i portoricani, che hanno un’ascendenza dai nativi superiore a quella di qualsiasi altra isola caraibica. In questa nazione, il DNA paterno ha sentenziato che nessun portoricano ha discendenze paterne indigene mentre oltre l’80% è eurasiatica o europea.
Tra gli studi, importantissimo è stato il National Geographic’s Genographic Project, che ricerca i luoghi dove storicamente si sono mescolati diversi gruppi, con l’intento di creare un moderno melting pot e apprendere come il DNA passato si inserisce nei moderni alberi genealogici.
Se ti interessa, puoi leggere alcune storie sui moderni Taìnos direttamente da National Geographic.
Ricordati però che quanto ti ho detto potrebbe presto essere aggiornato dalle nuove scoperte che regalano gli scavi e le ricerche.
Ad esempio, a fine 2021 una missione guidata dalla Sapienza di Roma in collaborazione con il Museo del Hombre Dominicano ha scoperto nella località El Pozito (estremità sud-orientale della penisola di Samanà) un raro abitato risalente a popoli pre-taìnos di cui si sa ancora pochissimo. Una scoperta di impatto mondiale di cui hanno parlato tutte le testate, compresa la BBC.
CONCLUSIONE
Quando si parla dell’America, di solito si prende in considerazione il periodo successivo all’arrivo di Colombo.
Con l’eccezione delle grandi civiltà del centro e sud America (Maya, Aztechi, Inca), le popolazioni indigene vengono quasi del tutto ignorate.
Con questo articolo spero di aiutare ad accendere un riflettore sulla questione anche in Italia, facendo conoscere un’altra parte del passato del genere umano che ci riguarda.
Ti ringrazio,
alla prossima!
Noel
Nota: articolo rivisto ed aggiornato ad aprile 2026.









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